Nella piccola città di quel frammento di Sud c'era l'aria e la terra, i campi e il sole.
C'erano le chianche di pietra fresche e i calli delle mani consumate lungo gli uliveti.
C'era il grano giallo e la terra rossa.
C'era il sapore fresco dell'acqua delle fontane.
C'era il sorriso degli anziani seduti sulle piccole sedie scure fra i vicoli di quel centro che sembrava essere il labirinto del Minotauro.
Quello che solo il mito greco ha saputo raccontare.
C'era il sapore. Ecco: c'era il sapore della vita.
I tamburi suonavano e i fuochi volteggiavano nella notte al ritmo dei profumi d'Oriente che coloravano le stelle attorno al castello.
Un giorno, vennero i giganti lupi. I lupi avevano ruspe e camion e portavano i loro grigi mantelli come giacche con lunghe cravatte che erano, in verità, le loro lingue.
I lupi erano pochi e capirono subito di non poter sconfiggere tutti quegli umani.
Allora cosa bisognava fare?
Bisognava convincere i piccoli umani che diventare lupi era necessario. Bisognava illuderli che se fossero diventati lupi sarebbero diventati immortali.
Ma per diventare lupi bisognava occultare il sole, perchè i lupi vivono solo di notte.
Così i lupi portarono oro, collane e gemme ai popolani. Erano estratte da quelle montagne che per millenni erano rimaste lì indisturbate, accanto alla piccola città dei piccoli popolani.
Adesso fumi si sollevavano da quei monti che erano scavati da profonde grotte. Venivano forate e consumate dai grigi lupi.
I lupi avevano sempre temuto gli alti monti, gli alti alberi d'ulivo poichè temevano il fruscio del vento che a loro sembrava il respiro di Dio per scacciarli.
Così distrussero anche gli alberi.
I piccoli umani, vedendosi indifesi e intimoriti dai giganti lupi, accettarono. Bevvero con loro e danzarono insieme.
Per mille anni i lupi furono padroni della terra, dei granai e di tutto ciò che apparteneva ai piccoli uomini.
(Continua...)
Vito Ballarino

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