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venerdì 30 settembre 2011

Domani a Roma con Nichi e SEL: c'è l'Italia migliore a cui guardare

Torno a postare sul blog. Nulla di "nuovo" bensì un intervento che pubblicai su facebook qualche tempo fa rispondendo ad una accorata lettera di Pasquale Videtta a Nichi Vendola raccontando il proprio punto di vista sul progetto politico di Sinistra Ecologia e Libertà.

Avendo letto sui quotidiani le dichiarazioni di Vendola ieri a Bologna nel tavolo di confronto a cui ha partecipato anche Prodi e poi le successive riguardo la posizione di Fausto Bertinotti che sembrano voler soffiare sul fuoco (quale fuoco non ho ben capito...) per alimentare facili polemiche, ho pensato fosse interessante riproporre ciò che provai a buttar giù qualche tempo fa.
Non è un modo per riaprire la polemica che già mi sembra abbastanza strumentale e realmente poco utile al futuro del centro sinistra che dovrebbe candidarsi a governare il paese. E' la possibilità di confrontarmi ancora con chiunque voglia farlo e voglia dire la sua.
Credo sia una opportunità interessante per interrogarsi e capire.

Intanto domani sarò a Roma in Piazza per la manifestazione di Sinistra Ecologia e Libertà. Una manifestazione che coinvolgerà cuori, anime differenti, pensieri, sogni, storie e persone in un movimento culturale, umano e politico che chiama tutti noi: nessuno escluso. Una direzione che appare ancora difficile da far comprendere ai tanti tafazzisti che probabilmente si auguravano di predisporre ancora piccole frazioni di "film-già-visti-e-vissuti-e-pure-falliti".
Sarò a Roma domani con Nichi e con SEL perchè credo esista un'Italia migliore, credo esista la possibilità di costruire la sinistra unita in Italia, credo in un rinnovamento culturale anche della politica, credo nella volontà di abbattere ogni steccato ideologico e ogni purismo che ci ha sempre relegato all'angolo, credo nelle diversità come valore aggiunto che ci permette di completarci.
Credo, insomma, sia tornato il momento di prendere parola con il coraggio di cambiare.

Vito Ballarino
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Pubblicata l'11 Luglio 2011

Nella giornata di ieri mi è capitato di leggere in rete la lettera scritta dal caro Pasquale Videtta indirizzata a Nichi Vendola e intitolata "Caro Nichi, SEL non è un giocattolo" (link alla lettera: http://www.facebook.com/notes/pasquale-videtta/caro-nichi-sel-non-%C3%A8-un-giocattolo/10150236803811270).
Parto dicendo che sicuramente, in un momento politico così complesso e confuso a casua anche della forte indecisione di alcuni dirigenti dei partiti di centro-sinistra presenti in Parlamento, comprendo l'accorato sfogo presentato nella lettera ma che non posso condividere.
Sono anche io un iscritto a SEL. Sono un giovane contraddistinto dalla dirompente voglia di poter attuare concretamente un cammino che ricostruisca il centro-sinistra frantumato dalle beghe interne, dal passato che non passa mai, dal futuro che appare sempre così fumoso e confuso.
Sono un giovane animato dal desiderio di vedere realizzata una sinistra compatta in questa Italia. Una sinistra che non parli nelle stanze e nei salotti ma che abbracci il popolo e le piazza; i movimenti.
Una sinistra che trae la propria linfa dal continuo contatto con la società civile e tesse con essa una rete di contenuti che alimentano quotidianamente un percorso comune.
Una sinistra che chiede, che si interroga, che si confronta, che si rinnova e che non ha timidezze e feticci.
Ecco. I feticci. Purtroppo, troppo spesso, ho la sensazione che quello del partito sia un feticcio. Il partito con la P maiuscola che assomiglia tanto alla P maiuscola di Potere.
E' un feticcio quando si invoca una struttura che sembra appartenere ad altri tempi; tempi lontani in cui, si, quella struttura chiamata PCI aveva un senso organizzata in quella maniera. Aveva un perchè ed era contestualizzata rispetto ad uno scenario europeo e mondiale che proprio non assomiglia a ciò che oggi ci sta difronte, con l'avanzata di questa bellissima brezza che proviene proprio da quei popoli che sul nostro Mediterraneo si affacciano.
Il PCI credo sia stata la casa e la palestra della legalità, della cultura, dell'amore, della politica, della civiltà per molti e per questo conservo per esso un profondo rispetto.
Ma non posso rimpiangerlo. Non posso farlo innanzitutto perchè non c'ero e trovo assai ridicolo che qualcuno possa rimpiangere qualcosa che non ha vissuto, per cui non ha riso e pianto. Per cui non ha sudato.
Ecco. Possiamo forse provare a conoscerlo ma certamente non possiamo rimpiangerlo. Lo dico ai giovani come me che dovrebbero essere proiettati verso il futuro ma che invece troppe volte si innamorano di un passato che è certamente affascinante ma irripetibile.
E poi non posso rimpiangerlo perchè i tempi sono cambiati. La globalizzazione e la modernità ci pongono davanti alle due domande epocali: Quale futuro?  Come?
Adesso ci ritroviamo oppressi, soli, spaccati e stanchi affogati in questo modello di neo-medioevo che prende il nome di "modernità" e cosa stiamo facendo per costruire una valida alternativa?
Molti stanno facendo tanto in questo paese. Lo fanno le donne nelle piazze perchè come cita il loro slogan "Se non ora, quando?". Lo fanno i giovani fuori dalle Università con i docenti e i ricercatori perchè una società senza sapienza e istruzione è una società debole, oppressa, facilmente vittima delle nuove dittature che io chiamo razzismo, denaro, speculazione, mafia, corruzione.
Lo fanno gli operatori della cultura che ci danno un segnale importante: senza cultura non esiste civiltà e senza civiltà ci aspetta un futuro di vera barbarie. Non certamente la "barbarie" di cui tratta Baricco nel suo libro "I Barbari". No. Io parlo di quella vera in cui non ci si considera fratelli e sorelle ma nemici, oppositori, avversari. Una giungla che farebbe paura anche alla giungla vera a cui la natura riserva un certo equilibrio e ritmo.
Ecco. Potrei continuare ma non lo faccio perchè ognuno di noi potrebbe rendere ancor più corposa questa lista.
Difronte a questa redistribuzione dei confini dell'uomo, del mondo e dell'umanità certamente non possiamo, io credo, rimanere immobili a piantar grane perchè un certo partito abbia una struttura più o meno radicata, o più o meno flessibile, o con questo o quel ruolo da cucire sul proprio petto. Non mi riferisco certamente e direttamente a Pasquale che ha scritto quella nota e a cui riconosco l'onestà e il coraggio di raccontare un suo pensiero a tutti analizzando quelli che per lui erano e sono punti di debolezza. Ma come dicevo, non posso condividere.
Ho iniziato il percorso in SEL perchè ne condividevo totalmente gli obbiettivi politici, la direzione che a SEL si voleva dare ma anche per lo spirito che contraddistingueva questo nuovo soggetto in cui riuscivano ad incrociarsi vecchie e nuove storie.
Ricordo bene di aver sempre detto che anche se SEL fosse rimasto solo un movimento, ci avrei investito comunque forze, convinzione, passione e voglia di fare.
Per questo ho condiviso con tutto il cuore e con la felicità di chi sperava di udire da anni quelle parole, la direzione di Nichi: "Non un partito, ma riaprire la partita".
E quale partita? La partita per ricostruire un centro sinistra unito e forte in Italia. Un centro sinistra che però non può inseguire sempre comunque (anche velatamente) il disegno del passato che è un bagaglio certamente imprescindibile (sono uno di quelli che ha sempre sostenuto che la Bolognina con la fine del PCI sono stati gli errori più grandi commessi).
Allora si, radicare SEL cosa significherebbe? Lo chiedo chiaramente perchè a me questa frase non è chiara e mi sembra che nasconda un lato oscuro: quello che riguarda chi desidera da tempo adagiarsi in una nuova formazione che parli ancora una volta le vecchie parole della politica praticandone sempre le medesime logiche che ci hanno condotto alla sconfitta epocale da parte del berlusconismo.
Lo dico chiaro e forte: il berlusconismo, penso, non significa Berlusconi in tutte le salse. Non possiamo pensare che sia solo una sorta di presenzialismo da sconfiggere. E non possiamo pensare che la nostra alternativa al berlusconismo sia rivoltare la manica e dire con tono stizzito: "No, non vogliamo Nichi ovunque perchè altrimenti diventiamo come il PDL". Ancora una volta penso che l'analisi sia superficiale.
Il berlusconismo è un regime culturale costruito su numerosi aspetti e la figura del leader, non nasce con Berlusconi in Italia. Chi studia come me Scienze della Comunicazione lo sa bene.
Il leaderismo ha attraversato gli USA di Martin Luter King del " I have a dream" a cui poi giunge la risposta politica di Obama del "Yes, we Can". Non per forza il leaderismo è il male oscuro da scacciare e sopratutto non è, secondo me, il primo problema di cui dovremmo occuparci in SEL e in generale nei partiti.
Certo, qualcuno mi farà notare che il leaderismo non appartiene alla nostra "cultrua politica". Bene. Allora vorrei chiedere: ed Enrico Berlinguer? E' una figura a cui tutti siamo legati e che tutti rimpiangiamo. Non era forse un leader lui? Eppure appartiene proprio a quella storia che rimpiangiamo.
Probabilmente dovremmo comprendere che la parola "leader" non coincide nel contenuto con "capo" o "dittatore" o "proprietario". No. Io ho sempre considerato il "leader" come una figura di garanzia dalla forte capacità di percepire e intravedere ciò che gli altri non riescono a vedere poi costruendolo e concretizzandolo. Una guida, ecco.
Nichi secondo me risponde a questa descrizione. E non ho alcun timore a dire chiaramente che è lui la voce, il megafono il segnale che ci indica e che deve indicarci la direzione.
Lo abbiamo sempre saputo. Prima che Sel diventasse un partito lo sapevamo. Quando Nichi ha vinto le primarie e le regionali ne abbiamo avuto conferma. Quando abbiamo svolto il Congresso nazionale Nichi lo ha ripetuto a chiare lettere. Ed ora? Ci stupiamo? Perchè?
Per una sorta di privatizzazione della figura per cui ci sentiamo espropriati se lo vediamo girare nel Nord Italia? Non posso pensarlo. Io conosco bene i miei compagni di SEL e non posso pensarlo.
Una cosa la condivido: si è un momento difficile per la politica in Italia e anche nei nostri territori, nei nostri Comuni e nelle nostre città. Bene. Allora che facciamo?
Strilliamo e ci tiriamo indietro? O continuiamo tutti insieme a lavorare per continuare a tenere aperta la partita?
Anche nelle nostre città dove il centro-sinistra è ancora più frammentato, spaccato e lacerato?
Vogliamo divenire a nostra volta megafono di tutti quei movimenti, delle associazioni, delle realtà locali attive che hanno bisogno di riprendere voce per raccontare che un Paese diverso è possibile, che una città migliore è possibile?
Ecco perchè non condivido quella nota.
Ancor più se la critica proviene e si genera fra le Fabbriche che sempre hanno avuto il nome di Nichi nel loro logo e che hanno costruito attorno alla figura di Nichi una campagna elettorale colorata, piena di contenuti e quindi vincente.
Nichi è una guida e non deve esserci alcuna timidezza o alcun timore nell'ammetterlo. Forse come lo era Berlunguer o forse no. Non mi interessa. E' Nichi e SEL è SEL.
E avrà la sua storia, le sue direzioni, i suoi militanti, i suoi pianti e le sue gioie. Perchè ogni storia è diversa dalle altre. Non sono mai uguali.
Ora che fare?
Continuare a lavorare lasciando da parte le polemiche e i timori. Proviamo ad essere fiduciosi e coraggiosi. Il progetto di Nichi e di Sel non può ingarbugliarsi fra le stanze di partito, le cariche, le strutture, ecc. Vola e deve volare ben più alto.
Abbiamo da costruire insieme l'Italia migliore e anche le nostre città e i nostri Comuni possono diventare migliori.
Facciamoci promotori di un futuro migliore.
Buon lavoro a tutti noi.

Vito Ballarino
iscritto a Sinistra Ecologia e Libertà

venerdì 26 agosto 2011

Quando la Cultura si fa motore del progresso

Giorni Terribili - Incontri sulla Shoah. Il titolo attira l’attenzione. Un titolo duro, crudo ma efficace; una scelta che palesa la voglia di affrontare in profondità e con analitico spirito intellettuale il tema dell'Olocausto, evitando di sconfinare solo nella "ricorrenza" e trasudando il bisogno di ergere la cultura a unico mezzo per l'emancipazione e la civilizzazione di tutti gli uomini.
La Regione Puglia - Assessorato alla Cultura -, ancora una volta, sceglie la strada dell'educazione che passa solo per una diffusione sociale della cultura. Che parte, riparte, si fortifica e fiorisce nelle scuole depredate, oggi più che mai, da una idea di politica sottoposta alle leggi del "mercato-precario" in cui conta certamente sempre più l'avere e non l'essere.
Perciò, il Mese della Memoria, prende il nome di Giorni Terribili - Incontri sulla Shoah in questa edizione 2011. Oltre 30 eventi coordinati dal Presidio del Libro, che vedranno l'intervento di noti attori e di alcuni sopravvissuti ai fatti della Shoah. Ancor più importante il radicamento fra cultura ed educazione rinvigorito dal contatto pregnante che il Mese della Memoria vuole mantenere con l'istituzione cardine per lo sviluppo della civiltà e della tolleranza: la scuola.
Ineludibile e chiara, è la volontà della Regione Puglia e degli Assessorati al Mediterraneo e all'Istruzione di creare sinergie e costruire una fitta rete di collegamenti in tutto il territorio pugliese.
Partiamo da questo esempio. In Italia esiste un bisogno vitale di istituire un "Secolo della Memoria". Non per la Shoah; non solo. Un Secolo della Memoria per ricordare quanto la cultura sia l'elemento fondamentale per la costruzione di una modernità che non sia solo lo spauracchio teso a occultare ingiustizie, diritti negati e una regressione quasi medioevale.
Ma partiamo dal principio. Cosa è la cultura? Le parole sono importanti. Per parlare di cultura dovremmo iniziare partendo da una netta distinzione fra le due parole che rappresentano il "corpo del reato": cultura e intrattenimento. Da vocabolario la parola ‘cultura’ sta a indicare il complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo, in relazione alle varie fasi di un processo evolutivo. Culturale è tutto ciò che riguarda l'apprendimento e approfondimento di attività o rapporti sul piano spirituale e la diffusione delle relative acquisizioni. Quindi la cultura è ciò che è capace di prenderci per mano e portarci da un dato punto A ad un punto B che è sempre migliore rispetto ad A.
Come decidiamo cosa è migliore da cosa non lo è? Per rispondere ci vengono in aiuto gli illustri pensatori dell'Illuminismo, che definiscono il termine progresso come "la capacità di passare da una condizione di inferiorità ad una condizione di superiorità, senza che altri ne patiscano" (citando il giornalista e scrittore Michele Palumbo). Il progresso è il bene comune godibile da tutti, tutelato da tutti e che permette l'emancipazione di tutti noi. Un bene comune, appunto.
Come si opera per raggiungere il progresso comune? Attraverso la forza della ragione che analizza tutto. Anche se stessa.
Ecco il potere della cultura: produrre una riflessione accurata attraverso la ragione per costruire il progresso, cioè il bene comune di tutti noi.
Cos'è invece l'intrattenimento? La parola ‘intrattenimento’, indica una serie di motivi gradevoli offerti come passatempo. Un modo per occupare i tempi "morti" della nostra vita senza alcuna pretesa e senza alcuna tensione al progresso. L'intrattenimento non vuole generare altro che piacere attraverso stasi, atarassia e relax.
Bisognerebbe tenere ben impressa questa distinzione quando, sopratutto in politica, si confonde la cultura con l'intrattenimento e viceversa. Sopratutto quando, in una direzione si investe e nell'altra si disinveste.
La cultura è la possibilità per l'intera comunità non di auto-conservarsi, ma di rinnovarsi progredendo giorno per giorno. E qual è il miglior mezzo per produrre e diffondere cultura? L'educazione. L'educazione che deve essere il "megafono" per la diffusione della cultura e quindi, certamente, non può relegarsi ad essere un meccanismo di riproduzione e conservazione della sola eredità culturale (per dirla con le parole del sociologo Bourdieu).
Nell'istituzione scolastica è fondamentale investire non per preservare i baronati, ma perché essa è il primo modo per sovvertirli producendo progresso che, ripetiamo, è benessere comune.
Ecco dove sta la contraddizione di alcune scelte, ad esempio, del governo.
Quindi cultura e educazione.
Ovviamente la politica non può sganciarsi da responsabilità e dal dovere di programmare la direzione di crescita di una comunità, sia essa un Comune, una Regione, una Nazione o altro.
La politica, certamente non può puntare solo al soddisfacimento dei bisogni del mercato. La politica non è nata per questo. Abbiamo impiegato secoli per costruire gli Stati e le Nazioni come comunità ed ora, certamente, non possiamo permettere che divengano vuote cassapanche rinunciatarie del loro compito primario solo per divenire traduzione dell'economia che è vincolata al mercato globale.
Per questi motivi è fondamentale ciò che la Regione Puglia sta facendo, investendo massicce risorse in cultura e istruzione. Certamente, immaginare di raccoglierne i frutti in pochi anni è impensabile. Non si tratta di costruire magie ad opera di prestigiatori bensì di programmare lo sviluppo e il progresso di una comunità tenendo ben saldo l'orizzonte.
Eventi come il Mese della Memoria rappresentano questo, e forse altri dovrebbero prendere spunto da simili scelte coraggiose e intraprendenti. "Con la cultura non si mangia" dirà qualcuno. Dovremmo rispondere che la storia ci ha indicato quanto l'Italia non abbia solo "mangiato" con la cultura e con l'arte. Ma è divenuta il vessillo del progresso e dell'emancipazione; simbolo della possibilità di costruire il progresso inteso come bene comune.
Con la cultura possiamo alimentare il futuro della nostra economia, delle nostre comunità e di noi stessi, tendendo al raggiungimento della felicità che è sempre giusta se diffusa e profusa a tutti.

VITO BALLARINO
Sabato 22 Gennaio 2011

sabato 6 agosto 2011

10 domande all'amministrazione: fra sicurezza e senso civico

Dopo qualche tempo, ho ripescato alcune domande rivolte all'amministrazione comunale della mia città.
Ad oggi nessuna risposta è pervenuta in merito ai quesiti posti, nonostante non vi sia nulla di offensivo ne tantomeno complesso in ciò che viene chiesto al Sindaco Giorgino e ai suoi Assessori.
Confido in una risposta che, prima o poi, giunga all'attenzione di tutti i cittadini della città di Andria.

Vito Ballarino

Qui il testo e le domande.

"Al Sindaco e Assessori.
Noi, cittadini di Andria, siamo sempre più indignati riguardo la sicurezza della nostra città, tema che è stato oggetto di tante promesse false di qualsiasi schieramento politico ma non è mai stato affrontato in maniera efficace.
Vi chiediamo di rispondere ad ognuna di queste 10 domande raccolte in rete.

1) Oggi, 19 luglio 2011, è il 19° anniversario dell’uccisione di Paolo Borsellino ma in città non è stato organizzato niente per commemorare l’evento. La pubblica amministrazione non avrebbe il dovere di sensibilizzare la propria cittadinanza su temi come quello che ricorre oggi?
2) Caro Sindaco e Assessori, cosa è la mafia? Secondo voi ad Andria esiste la mafia? Sarebbe interessante conoscere il vostro punto di vista.
3) Parliamo spesso di sicurezza e illegalità. L’illegalità è un micro problema che si risolve esclusivamente aumentando il numero di agenti in città e inserendo videosorveglianza o è anche un problema culturale e sociale di una comunità? Come pensa l’amministrazione di agire a livello culturale? Mettendo in campo quali progetti concreti?
4) Di recente avete osannato «il partito degli onesti», che poi onesti non lo sono per niente dato che sono invischiati in scandali, logge massoniche e giri di tangenti. È questo il vostro esempio di legalità? Non pensate che sarebbe meglio prendere le distanze da certi «onesti»?
5) Ci sono quartieri di periferia che non hanno mai visto una volante o un vigile in azione. Come mai?
6) Perché quando i cittadini chiamano il 113 gli viene risposto di riprovare più tardi o rivolgersi ai vigili del fuoco?
7) Ogni giorno aumentano le dichiarazioni di persone che osservano in città i vigili che non intervengono quando davanti ai loro occhi si viola la legge o semplicemente il codice della strada. Per non parlare di quando vengono beccati in pizzeria o a chiacchierare per strada con tanto di divisa. È questo che intendete per “sicurezza”?
8) Perché la zona della città in cui vi è lo studio legale del sindaco, che tra l’altro non abita nemmeno ad Andria, è controllata tutto il giorno dalle forze dell’ordine mentre nei quartieri più a rischio non c’è traccia di uomini in divisa?
9) Quando i cittadini hanno paura di uscire di casa di chi è la colpa? Di chi delinque o di chi ha il potere per rimediare ma non muove un dito?
10) Siete consapevoli del fatto che a causa della poca sicurezza la città si svuota dei suoi abitanti, soprattutto dei giovani?

Aspettando le vostre risposte e che finalmente si faccia qualcosa per migliorare la situazione e non per guadagnare consenso elettorale.

[Nome, Cognome] "




http://www.facebook.com/event.php?eid=193419124047033

mercoledì 27 luglio 2011

La cultura è un bene comune - intervento del 1 Marzo 2011

Estratto da un articolo pubblicato su Andrialive il 1 Marzo 2011:

"Nella città di Andria l'emigrazione dei giovani talenti è una delle piaghe incombenti che occorre affrontare se si vuole dare una prospettiva di crescita e un futuro alla città.
Occorre interrogarsi tentando, con coraggio, di lasciarsi alle spalle manipolazioni facili e populiste per raggiungere la radice del problema.
Perché i giovani andriesi vanno via ?
Il problema analizzato nella sua interezza, conserva due prospettive differenti che vanno analizzate.
Esiste difatti una parte di giovani che ha talento, che si impegna e che desidererebbe maturare competenze per poter poi ritornare nella propria città per portare innovazione ma magari non ha le possibilità economiche per partire. E' questa è una prima piaga
Poi c'è un'altra parte di giovani. Quella che comprende tutti quei ragazzi che riescono ad andare via, con sacrifici propri e delle famiglie e che magari non tornano più ad Andria. Sono giovani altamente specializzati con lauree, master, esperienze di lavoro in Europa e in tutto il mondo. E cosa viene consegnato a loro?
Li abbiamo incontrati alcuni di questi giovani andriesi, magari emigrati a Londra e poi a Bruxelles. Ho parlato con loro e mi sono chiesto perché la mia città, quella in cui sono nato doveva essere condannata al più grande impoverimento di capitale che ci sia: il capitale umano.
Allora chiedo: guardiamolo in faccia questo problema reale che è sintomo del più grande impoverimento per la città. I giovani talenti sono il futuro su cui la città di Andria dovrebbe investire. Sono loro la vera ricchezza e invece questo non avviene. E i giovani continuano a sognare di andare via.
Non perché partire sia un demerito. Se partire è sinonimo di viaggiare per apprendere e tornare nella propria terra per conferire esperienze e competenze allora il viaggio ha un senso. Diventa una lente d'ingrandimento per guardare meglio il mondo. Per imparare. Per sconfiggere il provincialismo. Ma se la partenza diventa l'unica possibilità per costruire il proprio futuro, allora siamo difronte ad un ricatto.
Ai noi giovani si affida sempre più un destino precario o peggio, un biglietto di sola andata.
Vorrei chiederlo. Domandare a tutti coloro che nelle file di questo centro-destra, hanno figli laureati nelle Università fuori dalla nostra Puglia, cosa pensano di questa piaga che impoverisce la nostra città.
Perché i giovani vanno via da Andria? Perché a tutti coloro che sono meritevoli e che potrebbero partire, crescere professionalmente e ritornare in città per portare innovazione e sviluppo non viene data alcuna possibilità a livello cittadino?

I giovani come me vanno via perché oltre al destino precario a loro è consegnata un realtà governata da un nepotismo medioevale fondato sulla poca trasparenza e un'assoluta mancanza di accessibilità. Vanno fissate bene queste parole. Le parole sono importanti diceva Nanni Moretti.
In questo quadro il tema della cultura è centrale. La cultura libera le menti, permette lo sviluppo della criticità e del pensiero trasversale.
La cultura è il primo bacino su cui dovremmo investire se vogliamo programmare un futuro per la città Andria. Perché la civiltà si costruisce parallelamente con la crescita culturale di una popolo.
La cultura, proprio ad Andria e proprio per i giovani, è troppo spesso (per fortuna non sempre..) un ambiente racchiuso e soffocato nelle dinamiche citate poc'anzi.
Proprio la cultura. E' questo il dramma. Il settore culturale dovrebbe essere il simbolo della propensione al futuro di una comunità. Dovrebbe essere il gene che costruisce una città migliore. Dovrebbe rappresentare la possibilità di ridistribuire accessibilità, opportunità, conoscenza, saperi e diritti. E invece no. La cultura ad Andria diventa mero intrattenimento. Ovviamente in questo quadro si posizionano dovute e importanti eccezioni. Ma non basta. Bisogna insistere.
I continui finanziamenti a pioggia emanati senza un piano logistico di erogazione dei fondi sono solo una parte di questo problema.
Non esiste uno schema o regolamento pubblico che possa essere assunto a modello per la selezione dei progetti in cui investire i fondi del settore Cultura. Non vi sono linee guida.
Non vi è, ad esempio, un comitato scientifico costituito attraverso bando pubblico trasparente e costruito attorno ad esperti di rinomata fama presenti nella città di Andria, che selezioni i progetti attraverso regole che siano chiare a tutti i cittadini e oggettive. Non esistono griglie di valutazione.
Se un ragazzo volesse provare a collaborare o a proporsi per maturare esperienza non potrebbe farlo a meno che non sia accompagnato da qualcuno che conosca l'ambiente. E se non conosci nessuno sei tagliato fuori. Non hai speranze se non fai parte della cerchia di "chi conta".
Insomma, una modernità medioevale. Ecco cosa si prospetta davanti a noi.
La situazione è ancor peggiore per tutti quei progetti che richiedono ingenti investimenti da parte del Comune che non bandisce alcun affidamento per l'organizzazione, la gestione e l'erogazione di servizi da parte di privati.
La cultura che è il simbolo della democrazia viene reclusa e sequestrata in logiche di palazzo. Diventa proprietà privata e non più un bene comune. Sono logiche che non tengono mai conto di chi lontano, di chi non è conosciuto, di chi è debole, di chi è ultimo e magari sogna un futuro migliore, di chi si impegna e fatica.
E allora, mi chiedo, qual è il ruolo della politica in questo quadro? Qual è il compito, ad esempio, del centro sinistra se non rilanciare temi come questo?
Il centro destra andriese deve rispondere a queste domande. Perché i valori della famiglia che paventano e difendono si fondano su questo. Le famiglie non sono manifesti o quadri da esporre sulle proprie scrivanie durante le campagne elettorali. Le famiglie sono qualcosa di fragile con cui bisogna rapportarsi onestamente. Senza ipocrisie e falsi moralismi.
Una famiglia che si è sacrificata duramente per permettere a suo figlio o a sua figlia di studiare, non ha il diritto di vedere riconosciuto questo sacrificio senza dover immaginare che suo figlio o sua figlia torni a fare l'emigrante come accadeva decenni fa? E quando magari queste famiglie appartengono ai ceti dimenticati, abbandonati, lasciati soli, relegati al silenzio e alla dimenticanza la politica che ruolo ha in rapporto a tutto questo?
Che senso ha la politica se non siamo capaci di accendere la luce su questi angoli bui, se non denunciamo che stanno privatizzando i beni comuni fondamentali. La cultura e il futuro sono fra questi. E chi ne paga il prezzo e continuerà a pagarlo in futuro sono le giovani generazioni. La mia e quelle a seguire.
Se una ragazza fra mille difficoltà riesce a laurearsi ma le verrà consegnato solo un futuro di incertezza, di precarietà e di nepotismo, vorrei che mi si spiegasse dove finiscono i valori della famiglia?
E noi, gente del centro sinistra andriese, abbiamo il dovere di rilanciare una prospettiva su queste tematiche. Abbiamo bisogno di ritornare a parlare di questo ad Andria.
Dobbiamo ripubblicizzare tutto ciò che, una distorta idea della politica, sta privatizzando. Così costruiamo una valida alternativa.
Dobbiamo immaginare che il vero motore e la vera ricchezza della nostra città siano proprio tutti i giovani. Il capitale umano è quanto di più prezioso ci sia. E' su questo che dobbiamo investire.
Non abbiamo bisogno di nessuna "carta" per i giovani. Abbiamo bisogno di opportunità nella città di Andria. Opportunità per tutti.

Da dove iniziamo?
Dalla democrazia. La democrazia passa per l'accessibilità cioè il diritto di tutti di avere delle chance, anche se non sei amico di nessuno. Anche se non hai la spintarella. Un'accessibilità basata su criteri di trasparenza e meritocrazia.
Iniziamo proprio dalla cultura e dalle giovani generazioni.
Iniziamo a parlare di questo come ha fatto il Consigliere Comunale di Sinistra Ecologia e Libertà, Ninni Inchingolo nel suo intervento in Consiglio Comunale.
Iniziamo così a dare voce a tutti coloro che vorrebbero prendere parola. Perché c'è un'Andria migliore di questo centro destra arcaico."

Vito Ballarino

http://andrialive.it/news/Politica/17758/news.aspx#main=articolo

lunedì 25 luglio 2011

La piccola città

Nella piccola città di quel frammento di Sud  c'era l'aria e la terra, i campi e il sole.
C'erano le chianche di pietra fresche e i calli delle mani consumate lungo gli uliveti.
C'era il grano giallo e la terra rossa.
C'era il sapore fresco dell'acqua delle fontane.
C'era il sorriso degli anziani seduti sulle piccole sedie scure fra i vicoli di quel centro che sembrava essere il labirinto del Minotauro.
Quello che solo il mito greco ha saputo raccontare.
C'era il sapore. Ecco: c'era il sapore della vita.
I tamburi suonavano e i fuochi volteggiavano nella notte al ritmo dei profumi d'Oriente che coloravano le stelle attorno al castello.

Un giorno, vennero i giganti lupi. I lupi avevano ruspe e camion e portavano i loro grigi mantelli come giacche con lunghe cravatte che erano, in verità, le loro lingue.
I lupi erano pochi e capirono subito di non poter sconfiggere tutti quegli umani.
Allora cosa bisognava fare?
Bisognava convincere i piccoli umani che diventare lupi era necessario. Bisognava illuderli che se fossero diventati lupi sarebbero diventati immortali.

Ma per diventare lupi bisognava occultare il sole, perchè i lupi vivono solo di notte.

Così i lupi portarono oro, collane e gemme ai popolani. Erano estratte da quelle montagne che per millenni erano rimaste lì indisturbate, accanto alla piccola città dei piccoli popolani.
Adesso fumi si sollevavano da quei monti che erano scavati da profonde grotte. Venivano forate e consumate dai grigi lupi.

I lupi avevano sempre temuto gli alti monti, gli alti alberi d'ulivo poichè temevano il fruscio del vento che a loro sembrava il respiro di Dio per scacciarli.
Così distrussero anche gli alberi.

I piccoli umani, vedendosi indifesi e intimoriti dai giganti lupi, accettarono. Bevvero con loro e danzarono insieme.
Per mille anni i lupi furono padroni della terra, dei granai e di tutto ciò che apparteneva ai piccoli uomini.

(Continua...)

Vito Ballarino

domenica 24 luglio 2011

Prendi il ragazzo...

Prendi il ragazzo che fa il pusher ad Andria. Se lo lasci solo senza intervenire costerà fra gli 800 e i 1000 euro giornalieri all'ente pubblico per tenerlo in un carcere.  Poi probabilmente verrà rilasciato e tornerà a delinquere. Io preferirei che investissimo 100 euro al giorno per dargli un' occasione. Per fargli capire che può avere del talento e che non è destinato alla solitudine. Per dirgli che non è solo. Per fargli sapere che qualcuno crede in lui. 
Questo significa investire su questa città. Questo è il senso della politica per me. 
Provare ad accendere la luce su quelli che sono gli angoli bui della nostra città. Su quelli che sono luoghi bellissimi abbandonati però alla completa solitudine.

Vito Ballarino

sabato 23 luglio 2011

Andria 2011: il programma culturale estivo della città di Andria

La bassezza del programma culturale offerto da questa amministrazione per la città di Andria denota l'idea di cultura che hanno: ci vogliono tutti come modelli e veline e non come cittadini pensanti. Scambiano la parola cultura con la parola intrattenimento e ci propongono Marco Carta mentre a Barletta in programma ci sono alcuni dei festival più importanti della Puglia, a Trani il Maestro Ludovico Einaudi, a Bisceglie Franco Battiato e a Molfetta Vinicio Capossela. Questa è una violenza sociale e un abuso verso la nostra città.

Certo, nel programma sono inserite progettualità importanti che però sono riuscite a crescere nel tempo nel tessuto cittadino e che quindi sono già presenti da anni e non inserite da chi, invece professava cambiamenti epocali prima e dopo le elezioni. 

Io credo, invece, si possa organizzare attorno alla cultra un comparto produttivo che oltre a creare indotto economico, occupazione per tanti giovani talenti e turismo permetterebbe di accrescere senso civico, partecipazione e civiltà.
E' questo il vero potere della cultura che non deve essere scambiata e confusa con l'intrattenimento.
Qualcuno dirà che è impossibile: io invece dico che si può fare.
L'abbiamo imparato dalla Roma di Fellini o dalla Bologna del teatro e degli spazi pubblici messi a disposizione della cittadinanza, dei giovani, degli artisti emergenti e dei grandi artisti in modo da creare anche apprendimento e formazione.
E' questo il ruolo della politica. Non accontentare ma dare una direzione. Tracciare un cammino di sviluppo.

La cultura può produrre mestieri buoni e civiltà.

Vito Ballarino 
"Un popolo senza teatro è un popolo morto" (G.Lorca)